Tropea in una giornata fredda, esordio di primavera, è intima, silenziosa: si sentono i rumori della quotidianità, i passi lenti delle persone, le parole scambiate per dare definizione al tempo. Una Tropea di palazzi, androni, botteghe, che spiccano, senza il movimento continuo di esseri umani, il brusio da passeggio, sotto un azzurro sincero con le nuvolone bianche corpose. Scendiamo corso Vittorio Emanuele con passo rilassato e ci fermiamo dinnanzi a una insegna vissuta, dalle forme eleganti e tondeggianti, quella del Royal bar, il più antico del borgo.
Esternamente si presenta come una bottega: tipica caffetteria e dolceria di una Italia di espressi, pasticcini alle mandorle e parlottare fuori. Già…ci sarebbe da scrivere molto sull’antropologia dei bar, lì dove si sono sempre prese decisioni importanti, somatizzando gioie e dispiaceri, noia, frustrazione e adrenalina. A raggiungerci fuori dal vecchio portale del bar, in uno scorcio magnifico, affianco alla chiesa di Santa Caterina, dove i palazzi ti afferrano, perché hanno storie da narrare, una delle attuali proprietarie, Romania Marchese.
La storia
Sedute su una panchina con il sole, ancora troppo blando, puntato addosso, Romania e Fulvia Marchese, attuali proprietarie, ci hanno raccontato una storia bellissima, intensa, fatta di spumoni e choux, con le creme fatte a mano, farciti rigorosamente al momento. In mano foto degli anni venti e quaranta del novecento, che immortalano eventi pubblici e testimoniano la mutazione del nome durante il Ventennio, da “Royal” a “Impero”, come impose la dittatura fascista. «L’attività era dello zio del signor Antonino Filardi – ci racconta Fulvia Marchese – una famiglia chiamati “I Marrazzuni”.
Il signor Nino ha continuato la tradizione dei suoi antenati, specializzandosi in determinate preparazioni, poi divenuti i suoi best seller, per esempio gli choux. La vede quella porta? – Ci indicano una bottega difronte al bar – Era il laboratorio di Filardi, dove si vendevano i dolci. Facevano gli spumoni, cupole di gelato con la base di pan di spagna; le “Pagnottelle Brusche” per gli aristocratici, ovvero sia, la pasta degli choux in versione salata; le granite, che erano squisite, fresche. Nino Filardi ha lavorato fino al 2008 e la sua pasticceria è finita sulla rivista Il Gambero rosso».
Un dolce salotto
La caffetteria nei decenni del novecento veniva frequentata molto dai nobili, tanto da essere definita “u bar di gnuri”, un salotto all’aperto su due chiese Santa Caterina e San Giuseppe dalla parte di dietro. «Il Royal bar aveva una clientela aristocratica, – ci racconta Romania – era autenticamente un luogo di conversazione, intrattenimento. In estate si sentiva un cicaleggio di persone, il suolo all’aperto era di ottanta metri, alberato, per cui lasciamo immaginare il movimento. Da qui è passato anche Paolo Borsellino e altre personalità».
I famosissimi Choux di Filardi
I dolci identificativi della dolceria di Nino Filardi erano, appunto, gli choux, farciti con due creme, a seconda dei gusti, rimasti ancora oggi saldi nella memoria collettiva. «Preparava la pasta, l’infornava – è Fulvia che parla – e lasciava gli choux in laboratorio. Le creme le cucinava sul fuoco antico e a chiunque venisse, chiedeva il gusto e glieli riempiva al momento. Li preparava tutto l’anno e d’inverno nei fine settimana. A San Giuseppe se ne consumavano 3.000 per non dire 5.000». Il repertorio di Filardi non si fermava agli choux, comprendeva: le paste di mandolrla, che mandava a Roma, i gelati, le granite, la frutta candida, gli spumoni, il torrone. Una storia fervida, intrisa di amore per il fare, per l’artigianalità. Risaliamo corso Vittorio con gratitudine e ci sembra di sentire le essenze di vaniglia, mandorla amara, caffè, arieggiare tra un portone e l’altro.









