L’antimafia, di che mondo è mondo, ha più da perdere che da guadagnare. Almeno da quello che ho imparato io. Un insieme di cittadini operosi, onesti e responsabili, appartenenti alle istituzioni e non, che con la loro devotio, l’impegno civile, politico e sociale, rischiando tutto, promuovono la rettitudine, spiegando ai più che il dubbio che essere retti sia inutile, è la disperazione più grave che possa impadronirsi di una società. Eppure nel paese di Corrado Alvaro tutto accade. Succede e con meditazione. E pur di apparire, ci si serve finanche di un vecchio spauracchio arrugginito, sforacchiato, individuato come brand dell’antistato, per propagandare la propria appartenenza al club dell’antimafia. Come se questa posizione aggiungesse punti al proprio curriculum vitae.
San Luca ha da sempre vissuto l’emarginazione, e non essere mai parlati da nessuno è un amaro destino a cui l’uomo si ribella come può. Spesso anche come non dovrebbe. Tutti ricordano San Luca come il piccolo paese aspromontano passato alla cronaca per fatti di ‘ndrangheta, nessuno però che narri di San Luca come il paese di Corrado Alvaro. Eppure la differenza c’è, è sostanziale. Cambia di getto la visione.
La commissione antimafia che di recente è stata in visita a San luca, e piuttosto che incontrare i cittadini, ascoltandone i problemi, ha ritenuto opportuno riunirsi nella caserma dei carabinieri, perpetrando l’ennesimo attacco all’animo buono dei sanluchesi e della Calabria, ha commesso, e proprio a San Luca, un “delitto’” di Stato. E lasciatemela passare questa espressione atroce. Ne è la prova la foto in cui la stessa si fa immortalare ridente, ergendo a trofeo il vecchio cartello stradale crivellato di colpi. Perché non si è scelta la casa di Corrado Alvaro, o quella di Padre Stefano de Fiores? E il Municipio? Perché nessuno pensa alla casa municipale una volta arrivati lassù?
La verità è palese; chi arriva a San Luca e i colpi di pistola non li sente come invece ha sentito dire da altri, pur di non tornare a casa deluso, a mani vuote, li immagina, e allora riesuma pure i morti, pur di avere un pulpito attrattivo da cui sproloquiare. Una simulazione del bene comune che non riesce più, anzi fallisce, perché la Calabria di certe passerelle istituzionali comincia a essere stanca, e di provare certi dolori è praticamente esausta. A San Luca, più si cerca a essere uomini retti, più si viene condannati al disagio cosmico dell’uomo.
Lo stato d’animo è quello di una terra ancora una volta sedotta, no anzi, ‘ritratta’ e abbandonata. Mai parlata, me che meno ascoltata. Tanto che la piccola San Luca di Alvaro, continua ad avere la stessa sorte di Melusina. E come Antonello dell’Argirò, in Gente in Aspromonte, 1930, aspetta di parlare con la giustizia. Quanto tempo ci vorrà ancora per incontrala e dirle il fatto suo?










