Puntiamo il dito sulla Calabria, e la Calabria siamo noi. Siamo i problemi e le soluzioni. I calabresi di mare e quelli di scoglio. Gli Ulisse che proteggono Itaca e i Proci che la beffeggiano. I festaioli delle sagre paesane e i figli della “buona famiglia”. Siamo le truppe dell’esercito bruzio, il bello e il brutto della Calabria. Il buono e il cattivo. Siamo i santi e siamo le croci, le streghe e le fatture. Le magare della montagna e gli dei del mare. Siamo i miti e le mete di una terra che abita dentro e fuori di noi. Che vive nei viaggi delle macchine targate Magna Grecia, nei sogni dei figli in viaggio verso l’Europa. Ma siamo anche le strade che sprofondano e i fiumi che esondano. Siamo quelli che dicono: “La Calabria è morta”, e dimenticano di aggiungere: “La Calabria sono io”.
Cari ragazzi di Calabria, cari giovani calabresi, cara generazione su cui tutti puntano: pretendete una Calabria migliore. Come? Non accontentatevi mai di quello che vi dicono gli altri. Usate i vostri occhi per vedere, le vostre mani per toccare e, soprattutto, la vostra testa per pensare. Approfondite a qualunque costo la vostra storia, quella della terra in cui siete nati, degli uomini che l’hanno resa grande e di quelli che l’hanno avvilita. Valorizzate con forza il senso dell’appartenenza, come si fa con le cose preziose. Difendete il Sud, il Nord, l’Italia di cui siete figli anche voi. Traducete il luogo in stato d’animo. Provate emozioni, e che siano libere. Come vi viene. Quando e come vi va.
Non barattate mai il vostro presente con le promesse di chi vorrebbe farvi fessi con la storiella che “il futuro siete voi”. Ricordate a chiunque che voi siete il tempo che scegliete di essere: siete oggi, ieri, ma anche domani. Il tempo è tutto vostro.
Pretendete, ragazzi, pretendete di conoscere le vostre origini: le parabole e i proverbi, i miti, i racconti e le leggende. I luoghi, i libri, gli scrittori: Corrado Alvaro, Saverio Strati… la Magna Grecia. E pretendetelo a scuola, dagli insegnanti e dagli educatori, ma anche per strada, in chiesa… perché, vedete, non è vero che Cristo si è fermato a Eboli, lasciando il resto del Paese al suo destino. Cristo è sceso anche più giù, fino in Calabria, con Francesco da Paola, Natuzza Evolo, il beato don Francesco Mottola. Ha percorso tutti i tuguri di questa terra e, come Cristo, ha fatto in essa la sua via crucis.
Pretendete, ragazzi, di poter scegliere se restare in questa terra o partire. Nessuno può obbligarvi al viaggio. È il poter scegliere che rende liberi. Pretendete di essere contaminati dal pensiero di Bernardino Telesio, dalla Città del Sole di Tommaso Campanella, dalla teologia di Gioacchino da Fiore, dal teorema di Pitagora. E solo allora, forti e orgogliosi delle vostre competenze, rinunciate sempre e convintamente a ogni forma di assistenza che vi viene proposta, e lottate con orgoglio per avere sempre nuove opportunità. Nascere in Calabria non si sceglie, essere calabrese sì.
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